Umbria comunità democratica. Gianpiero Bocci segretario

Con la fine delle ideologie e della Repubblica dei partiti si è assistito a uno sforzo, a volte sincero, altre volte, purtroppo, sostenuto solo da tornaconto personale, di costruire nuove identità politiche, che avevano e hanno l’ambizione di interpretare i mutamenti epocali che hanno sconvolto la società, l’economia e la cultura nell’ultimo ventennio, e di proporre ricette idonee per costruire un mondo migliore, dove ingiustizie e disuguaglianze siano meno evidenti.  Più tempo passa tuttavia e più appare chiaro, a tanti, che il nostro Paese non sta attraversando solo una crisi istituzionale, ma una vera e propria crisi morale, conseguenza del declino di un’Italia che non c’è più. Questa crisi ha toccato anche i partiti della Sinistra, cioè di quella grande riserva di democrazia rappresentata storicamente dalle culture e tradizioni politiche popolari per le quali l’onestà, la dignità, la coerenza nel modo di agire, la solidarietà erano valori elevati a comportamento quotidiano. Alla sua origine il Partito Democratico si è presentato come una grande forza che tendeva a valorizzare tanti soggetti sociali: sindacato, imprenditori, intellettuali, studenti, pensionati, volontariato. Per diverso tempo tale Partito ha dimostrato di avere un forte radicamento nella società ma, dopo aver alimentato le speranze di tanti cittadini, sembra oggi attraversato da una profonda crisi, al punto da non saper definire autonomamente la propria proposta ideale e politico-programmatica.  Non so se il suo limite è stato quello di essersi eccessivamente identificato con enti, istituzioni e apparati dello Stato, fatto sta che oggi evocare il suo merito storico di una tenace costruzione e difesa della libertà e della democrazia non è sufficiente; le nuove generazioni sembrano piuttosto attratte dalla ricerca di nuovi spazi e sembra allora necessario superare le difficoltà di oggi e avviare una fase di vera e propria ricostruzione del PD, a partire dai territori. Tale processo non può che prendere avvio da un coraggioso rinnovamento delle regole su cui riorganizzare il rapporto tra aderenti, vecchi e nuovi, organismi rappresentativi e dirigenti. E le regole non possono essere piegate alle necessità contrattualistiche di gruppi o correnti in organismi spesso esautorati ed esausti, ma devono invece valorizzare al massimo la partecipazione, l’inclusione collaborativa e responsabile di uomini e donne. L’obiettivo è quello di dar vita a livelli di rappresentanza territoriali rispondenti alle necessità di raccordo dialogante con la gente e, in particolare, con le realtà più sensibili e vivaci del mondo imprenditoriale, dell’associazionismo, del volontariato, disseminati sul territorio. Oggi, troppo spesso, la vita politica si consuma con un twitter, con facebook, forme di comunicazione certamente innovative, ma accanto ad esse appare necessario recuperare il consenso ai partiti anche attraverso le tradizionali sedi di partecipazione, da prevedere numerose e ben articolate nelle comunità. Probabilmente, se si vuole evitare l’autoreferenzialità, anche nel Partito Democratico è necessario favorire e premiare la partecipazione, selezionare e formare nuovi dirigenti politici e amministratori onesti, maturi, e capaci di autonoma mediazione e sintesi politica. Uomini e donne preparati e competenti nel valorizzare in proposte programmatiche il grande patrimonio di ideali di cui è custode il Partito Democratico; occorre, soprattutto anche a livello locale, avere il coraggio di cambiare le regole, di modificare i comportamenti, di trovare soggetti in grado di tessere un nuovo rapporto tra i cittadini e la politica. Le recenti vicende politiche hanno messo in crisi anche l’unità politica degli elettori di centro-sinistra; occorre, pure a livello locale, una coraggiosa sterzata, che dimostri la consistenza del cambiamento che non può essere sorretto da contrapposizioni verticistiche, che spesso nascondono solo strategie di sopravvivenza politica, ma non una reale volontà di trasformazione. Sembra necessario dunque tentare ogni mezzo per recuperare le forze sane che vivono nel Partito e nella società civile per promuovere una profonda conversione verso un nuovo modo di fare politica.  La scommessa che noi oggi viviamo in prima persona è quella di recuperare una democrazia di base espressione non tanto e non solo di coloro che hanno formalmente aderito al partito, ma di tutti quelli che si riconoscono nel codice di comportamento del PD e nei suoi valori. Ciò significa in ultima analisi mettere in campo, anche a livello locale, una cultura di governo che trasformi il potere in atti il più possibile prossimi alle esigenze e ai bisogni dei cittadini, che restituisca senso credibile alle espressioni: programmazione, indirizzo, controllo; tutti elementi che potrebbero riannodare quel rapporto di fiducia tra i cittadini e i poteri pubblici. Compito certamente non facile che esige un costante e duro impegno quotidiano, ma la posta in palio è alta ed è quella di dar vita a un partito leggero, flessibile e aperto, più permeabile alla dinamica della pubblica opinione, non tanto connotato sul piano ideologico ma sul versante della tradizione popolare. Su questi temi è possibile elaborare un progetto culturale alternativo a quelle forze portatrici di istanze populistiche, utilitaristiche e individualiste. In primo luogo sembra indispensabile all’interno del Partito il reale rispetto delle diversità delle varie componenti: valorizzare le differenze e non schiacciarle; in secondo luogo attuare una netta scelta europeista: ridurre il debito dello Stato non è tanto un’imposizione di un trattato, ma un impegno indispensabile per ricostruire un’Italia per i nostri figli. Un’Europa senza l’Italia non sarebbe un’Europa autentica. Europa politica e Europa economica devono evolvere insieme: Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Europa unita amava ripetere:” Noi non coalizziamo gli Stati, ma uniamo degli uomini”. Europa non come costruzione tecnocratica, ma sfida che fa appello al cuore e alla ragione degli uomini. Nel vocabolario del Partito Democratico dovranno recuperare un posto importante anche parole come democrazia economica e solidarietà. Dovrà essere ben chiara la scelta preferenziale nei confronti dei poveri e dei ceti socialmente più deboli; democrazia economica intesa come necessità di offrire a tutti i soggetti, individuali e collettivi, di partecipare al gioco economico, avanzando, se necessario, anche una dura critica al mercato inteso come fine e non come mezzo, come ideologia e non come funzione economica. E poi la solidarietà, che resta nel nostro progetto politico una scelta culturale, un punto di partenza per una visione della società, dell’operare dei singoli e dei gruppi e non un generico impegno verso chi ha di meno, un vago sentimento di compassione di natura paternalistica. Noi non possiamo non essere sensibili alle esortazioni di Papa Francesco, che non passa giorno che non richiami la politica a perseguire giustizia e uguaglianza delle opportunità; non carità, non assistenza, non compassione, ma il riconoscimento dei legittimi diritti di tutti e la creazione di condizioni, anche strutturali, per il loro sviluppo. E sempre su questa linea appare più che mai necessario oggi, di fronte a mutamenti climatici così evidenti, suscitare una nuova sensibilità nei confronti dei temi ambientali e riproporre con forza la vocazione di Umbria verde.  Noi dobbiamo proporre tra la gente, con il paziente ragionamento sui fatti e sui programmi, messaggi fondamentali che forniscano un’idea chiara e precisa dello sviluppo del nostro Paese e della nostra Regione. Uno sviluppo che deve avere alla sua base il fondamento dell’istruzione, dalla scuola materna all’Università, della promozione del lavoro. Per fare questo, naturalmente il Partito Democratico dovrà riattivare le sue antenne in ascolto della società civile; le associazioni della società civile sono state in questi anni, spesso, palestre di cittadinanza; il Partito dovrà favorire la loro partecipazione alla vita della società civile, ma solo un partito forte e coeso potrà aiutarle a contrastare pretese troppo spinte o peggio derive populistiche e autoritarie. Non mi candido per conservare spazi di potere o per coltivare ambizioni personali, ma perché ho sempre creduto in questo progetto politico e adesso è giunta l’ora di mettere a disposizione del Partito la mia esperienza politica, la mia conoscenza del territorio e dei suoi problemi, la mia rete di relazioni, che possono riannodare i fili spezzati che hanno collegato per decenni la società umbra con i valori dei partiti di tradizione popolare. E per fare questo il mio programma punta soprattutto sui giovani, sulla possibilità di far crescere dentro il partito una nuova generazione di politici e di amministratori. Occorre individuare nei giovani l’elemento fondante del proprio futuro e realizzare un rapporto dialogico con il partito e le istituzioni; non più interventi calati dall’alto, ma strategie aperte alla ridefinizione da parte dei destinatari stessi.  Abbiamo dimostrato di saperlo fare, di avere una cultura di governo che riesce a coniugare sviluppo ed equità sociale e se i cittadini ci daranno ancora fiducia continueremo a farlo e governeremo ancora per costruire una nuova Umbria, una nuova Italia in un’Europa democratica e solidale.1ffb84df-0fc8-4c46-a362-3454381902d6 (1)

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