PRIMARIE 3 MARZO: i risultati seggio per seggio.

RIEPILOGO PROVINCIA DI PERUGIA

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COLLEGIO PERUGIA 2

 

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Sabato al Capitini la prima assemblea regionale Pd

assemblea regionale pd umbria (2)PERUGIA – Si terrà sabato 5 gennaio, presso il Centro Congressi Capitini, l’Assemblea regionale del Partito democratico dell’Umbria. Si tratta del primo appuntamento dopo le primarie del 16 dicembre che hanno sancito un grande risultato di partecipazione, con 20mila umbri che si sono recati alle urne per scegliere il nuovo segretario regionale del Pd.

L’appuntamento è per le 9.30 e si dividerà in due momenti: la mattina parlerà la società umbra con i rappresentanti del mondo del lavoro, dell’impresa, del volontariato, dell’Università e della ricerca, dei sindacati e delle forze politiche di centrosinistra. Aprirà i lavori la testimonianza dello storico partigiano Francesco Innamorati. Insieme a lui sul palco Luca Turcheria, della Rsu della Perugina, Luca Tomassini, fondatore, presidente e Ad di Vetrya, Gianluca Pedicini presidente “Associazione italiana sclerosi multipla” della provincia di Perugia, Aurora Caporali dottore di ricerca presso l’Università di Perugia e Mauro Masciotti, direttore della Caritas di Foligno e il professor Fabio Raspadori, docente di Diritto internazionale presso l’Università di Perugia.
Nel pomeriggio, a partire dalle 14, si terrà la relazione del neosegretario Gianpiero Bocci, che sarà seguita da un dibattito e, al termine, gli adempimenti statutari come l’insediamento dell’assemblea, l’elezione dell’ufficio di presidenza, del tesoriere, dei vicesegretari, della Direzione e dei Garanti. La Direzione, così come previsto dallo Statuto, sarà composta da 50 componenti eletti nel proprio seno dall’Assemblea, con metodo proporzionale e 10 rappresentativi della società regionale, su proposta del Segretario regionale.

Primarie, a Perugia il Pd partecipa anche le idee: “Ascolto e condivisione delle scelte alla base di un nuovo rapporto tra cittadini e istituzioni”

PERUGIA – A Perugia le primarie di domenica non saranno solo la scelta del segretario regionale del Pd, ma rappresenteranno anche un importante momento di partecipazione sui temi per il futuro della città. Ai seggi, 30 in tutto, sarà distribuito un questionario sulle idee, sulle proposte, sulle prospettive e sulle aspettative del territorio in vista delle prossime amministrative. E si potrà firmare la petizione su Ikea, che chiede al sindaco di rispondere a dieci domande sulle principali problematiche legate al progetto, perchè lo sviluppo di Collestrada non rimanga un’occasione mancata. L’iniziativa vuole rimettere al centro temi importanti, quali la partecipazione, l’ascolto, la riaffermazione della responsabilità politica. “Il tema di oggi – ha detto il segretario del Pd di Perugia Paolo Polinori questa mattina in occasione della conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa – è la partecipazione, la necessità di condividere con le persone i momenti decisionali e programmatici che riguardano un comune con il suo centro, i suoi quartieri, le sue frazioni”. “O se volete – ha aggiunto – il tema è l’ascolto, ascolto delle persone per rcepire le loro necessità, le difficoltà, le aspettative, i sogni. L’ascolto per fare delle speranze delle persone un elemento centrale per il percorso di costruzione delle idee per la città”. Ma c’è di più. “Abbiamo messo al centro – afferma – la necessità di riaffermare il profondo senso di responsabilità politica di un partito, che non è un concetto astratto ma ha una sua plasticità, una sua concretezza, che si sostanzia nel perimetro di responsabilità politica di ogni circolo. Responsabilità che include la capacità di rappresentanza di un territorio”. “Vogliamo rilanciare la costruzione di una nuova visione di città partendo dalle persone e dai territori, insistere sul contributo, prezioso e ormai imprescindibile, di figure dotate di conoscenza innovativa, metodo e competenza, proporre un programma dalla cui elaborazione prende corpo la nuova classe dirigente. E questo perchè siamo convinti che Perugia deve tornare ad essere un laboratorio politico democratico e che scelte democratiche siano gli strumenti di questo laboratorio. Bisogna ripensare il rapporto tra cittadinanza e istituzioni pubbliche lungo un asse di maggiore ascolto, partecipazione e condivisione delle scelte, bisogna partire dai diritti dei cittadini per un nuovo protagonismo politico della città, dei suoi quartieri, delle sue frazioni. E la condivisione, la partecipazione portano alla comprensione, sopiscono le paure, abbattono i muri e fanno costruire i ponti”.
“Oltre a essere distribuiti nei seggi – ha aggiunto il responsabile organizzazione Vincenzo Scorza – i questionari e petizione su Ikea saranno pubblicati e quindi compilabili e sottoscrivibili anche sul sito del pd cittadino (www.pdperugia.it alla sezione ‘iniziative Pd’). L’iniziativa che proponiamo in concomitanza con le primarie di domenica ne rafforza il senso e contribuisce a consolidare un percorso già iniziato col questionario somministratro ai residenti di Ponte San Giovanni da cui è stato elaborato un dossier sulla qualità della vita nel quartiere, poi riproposto su altre zone (San Martino in Campo e in Colle, San Marco, San Sisto), che rappresenta uno spaccato di grande rilevanza per l’elaborazione della nostra visione di città”.
Domenica, a Perugia saranno allestiti in tutto 30 seggi (il piano è on line su http://www.primariepdumbria.it) e saranno mobilitati oltre 150 volontari che garantiranno un momento di grande partecipazione delle scelte e delle idee.
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“Democratici per la Rigenerazione del Pd”. Walter Verini Segretario

Queste che seguono sono linee programmatiche frutto delle idee e del confronto che in questi giorni abbiamo stabilito con Andrea Pensi e la sua rete “Rigenerazione Democratica”. Sono solo linee, parziali e certamente incomplete, che è nostra intenzione discutere nei circoli, nei territori, e confrontare con le forze sociali, le associazioni, il mondo del lavoro e delle imprese, quello della ricerca, della cultura, della innovazione digitale. Con le forze del volontariato e della solidarietà e con il mondo ampio e composito, politico e civico, del centrosinistra in questa regione. Per discuterle e arricchirle, come contributo ad una nuova stagione aperta, positiva e propositiva del PD in questa regione.  

La fotografia dell’Umbria all’indomani delle elezioni politiche del 2018 è l’immagine di una Regione in sofferenza dove il Partito Democratico, sebbene in questa terra abbia registrato uno dei risultati migliori su scala nazionale, ha ceduto, come nel resto del paese, il passo alla paura e al rancore seminati dai nostri avversari.

Dobbiamo , perciò, delle scuse innanzitutto a tutti quelli che hanno creduto in noi dandoci fiducia e a tutti coloro che pur sentendosi vicini a una cultura di centrosinistra hanno deciso di non rinnovare il consenso al nostro partito.

Mentre qualcuno di noi pensa di liquidare questa fase scaricando le responsabilità su qualcun altro noi riaffermiamo con forza che tutti abbiamo sbagliato e che, di riflesso, nessuno è immune da una responsabilità che inevitabilmente è politica e collettiva. Anche se è naturale che a farsi innanzitutto carico delle responsabilità siano le forze che hanno avuto l’onore e l’onore di guidare il partito nei varii livelli.

Nessuna fase nuova può essere aperta se non si ha l’umiltà e la capacità, prima di tutto, di analizzare le ragioni di una sconfitta così profonda e stratificata su tutto il territorio.

Nel 2011, al momento della caduta dell’ultimo governo Berlusconi, sembrava potersi dissolvere nel giro di poco tempo quella cultura dominante che per quasi venti anni la destra aveva coltivato nel nostro paese.

Al tempo l’Italia era una paese dilaniato dal debito pubblico e dello spread, con una credibilità internazionale ridotta ai minimi termini, con investimenti e riforme promesse per tanto tempo ma rimaste solo sulla carta. Una situazione simile a quella di oggi.

La coalizione politica di governo e l’ennesimo sogno berlusconiano si dissolsero in pochi mesi.

Con la scissione del PDL, la rottura con i centristi e con la Lega Nord  ai minimi storici il Governo fu costretto alle dimissioni.

In quel preciso frangente i partiti di Centro Sinistra ed il PD in particolare scelsero, pensando di fare l’interesse del Paese, di favorire la formazione del Governo Monti con l’intento di risanare i conti dello Stato. Qui sicuramente si  consumò  un primo inevitabile strappo con un pezzo di elettorato a noi tradizionale che più di ogni altro subiva gli effetti prolungati di una crisi economica sottovalutata dal precedente Governo.

Con la disoccupazione che raggiungeva livelli storici, con le crisi aziendali crescenti, in un paese dilaniato dal crescita della pressione fiscale che progressivamente indeboliva il ceto medio e con la prospettiva imminente di politica economica di risanamento che avrebbe generato nuove e pesanti disuguaglianze il PD, ha sostenuto un Governo privo di ogni legittimazione popolare, incapace di correggere le politiche di austerità sviluppate a livello comunitario, che ha approvato riforme dagli effetti sociali indubbiamente pesanti quali la Legge Fornero.

Proprio in quegli anni si è acuito il divario tra chi si sentiva protetto dal sistema e da chi, invece, restava ai margini ed escluso, senza un sistema di protezione sociale adeguato.

Proprio in quegli anni il Movimento Cinque Stelle da movimento anticasta si è trasformata in una forza politica capace di attirare nuovi consensi in grado di farlo diventare il primo partito già alle elezioni politiche del 2013.

In quegli anni inizia la sconfitta politica del PD poi consacrata alle elezioni politiche di marzo.

Mentre la società veniva investita da cambiamenti così profondi noi non siamo stati in grado di cogliere il disagio crescente, di capire le nuove forme si sofferenza e di marginalità.

Forse qualcuno, generosamente, pensò che alzare la bandiera del realismo e dichiararci “responsabili” sarebbe bastato a restituirci la guida politica del paese.

Ed, invece, non è stato così e da quel momento abbiamo perso parte della nostra identità ancor più pregiudicata quando siamo stati costretti dopo le elezioni politiche del 2013 a formare il nuovo Governo con coloro che fino al giorno prima erano i nostri avversari che avevamo osteggiato per quasi venti anni.

Il tentativo di Renzi, che si colloca al centro temporale di questa fase, ha rappresentato per il PD un’occasione reale di tentativo di trasformazione del partito e, di conseguenza, della società.

Non possiamo negare che l’idea di una Italia più sobria, più “semplice” , di un riformismo collocato nell’ambito del PSE , capace di superare le divisioni e produrre trasformazioni  in tempi rapidi per portare il paese fuori dalla stagnazione della recessione economica ha prodotto nel corso del tempo alcuni risultati che il centrosinistra non può smettere di rivendicare.

La crescita dell’occupazione, la ripresa economica legata al rilancio di alcuni investimenti, l’aver favorito una nuovo e più equilibrato rapporto con le autonomie locali, essere riusciti, seppur a piccoli passi, a correggere le politiche di austerità dell’Europa, avere promosso una nuova “primavera dei diritti” sono risultati politici che, nonostante la sconfitta, non possiamo smettere di rivendicare.

Ma allora, nonostante le cose buone perchè abbiamo perso in maniera così netta?

Perchè in Umbria, così come nelle altre vecchie “Regioni Rosse”,  non siamo riusciti ad arginare l’emorragia di consensi registrati su scala nazionale?

Non possiamo pensare di affrontare questo Congresso senza provare a dare risposte adeguate a queste domande.

Innanzitutto riteniamo che un governo riformista che non si preoccupi di governare con adeguati livelli di democrazia perde e perde in partenza.

In alcune riforme, in parte attuate ed in parte no, come ad esempio il Jobs Act, la Buona Scuola, fino ad arrivare alla Riforma della parte seconda della Costituzione si sono intravisti, almeno in parte, elementi di innovazione e di interesse.

Ma senza un base sociale forte di riferimento ogni qualsiasi riforma non ha le gambe per arrivare fino in fondo.

Quando il “riformismo” è stato percepito come mero “decisionismo” dall’alto, abbiamo consumato un nuovo e cocente strappo con pezzi di società che eravamo abituati a rappresentare.

In quel momento il PD, sempre più solo ed isolato, ha consumato un’altra fase decisiva della sua sconfitta.

Il momento che più di ogni altro da concretezza a questa valutazione è stato, non tanto la fase finale del 4 marzo 2018, ma piuttosto il 4 dicembre del 2016.

Non essere riusciti a portare a termine la riforma della Costituzione per espressa bocciatura dei cittadini ha certificato, a torto o a ragione, l’incapacità del PD, o meglio l’insufficienza, a portare avanti le mai sopite spinte di cambiamento.

Da allora in poi noi siamo stati percepiti come coloro che “ non ce l’hanno fatta”!

E non è bastata un ulteriore fase di Governo – quello di Paolo Gentiloni – ad invertire questa tendenza.

Così abbiamo continuato a perdere pezzi, sulle piazze reali ed in quelle virtuali.

I nostri avversari che, nel frattempo si sono organizzati, hanno continuato a dipingerci come il “partito delle istituzioni”, come il “partito delle banche”, come il partito incapace di arginare i flussi migratori, come il partito che si preoccupa solo di preservare se stesso e la sua classe dirigente.

A fronte di ciò è mancata una forte proposta politica capace di arginare le crescenti spinte nazionaliste e demagogiche.

In questo quadro è necessario aprire il dibattito regionale e provare a rispondere alla seconda delle domande che ci siamo posti e, cioè, provare a capire perché anche in Umbria il PD appare sensibilmente più debole rispetto al passato.

E’ indubbio innanzitutto che c’è un problema che potremmo definire “fuori dal PD” ma che senza dubbio il PD ha contribuito a generare.

Con la nascita del nostro partito già dal 2007 l’ambizione di costituire una forza cosiddetta “a vocazione maggioritaria” ha determinato il drastico ridimensionamento del pluralismo interno al centro sinistra italiano.

I partiti cosiddetti minori dapprima sono stati svuotati di consenso dal progetto maggioritario del PD e poi sono stati definitivamente messi alla prova dalla capacità espansiva dimostrata da nuove formazioni quali il M5S. Prendendo a riferimento le elezioni regionali del 2010 e del 2015, possiamo facilmente vedere che a fronte di una tenuta sostanziale del PD (35%) il consenso ai partiti tradizionalmente alleati, e collocati nell’alveo del centrosinistra, è passato complessivamente da circa il 20% (Rifondazione Comunista, Sel, Socialisti, Italia dei Valori ecc.ecc.) all’8%, così da portare la coalizione dal 55% al 43%. Questo quadro si è poi replicato con difficoltà crescenti in tutte le amministrazioni comunali, così da rendere le vittorie ai primi turni sempre più un’eccezione e i ballottaggi (con gli esiti spesso infausti che tutti conosciamo) sempre più la regola.

Quindi mentre prima per gli elettori le alternative al centro o sinistra del PD erano variegate ( forse troppo a dire il vero!) oggi le stesse sono rappresentate da M5S da un lato e dall’altro addirittura dalla Lega che sembrano attrarre un parte, in particolare il M5s, dell’elettorato storicamente di Sinistra.

Con la differenza che Lega e M5S sono e restano partiti alternativi al PD, da Roma al più piccolo dei Comuni italiani.

La drammatica conseguenza è che anche qualora il PD tenga da un punto di vista elettorale non ha alleati con i quali, seppure nel rispetto delle legittime differenze, poter costruire una proposta unitaria di Governo.

E questo dato di fatto a livello regionale e locale, dove basta sommare un voto in più degli avversari per vincere, rischia di diventare determinante.

Ad oggi la colazione regionale è costituita da PD, LEU e PSI.

I rapporti sono stati in alcuni momenti a dir poco complessi per varie ragioni, siano esse nazionali che locali.

E’ chiaro che per il PD dell’Umbria rispetto agli appuntamenti del 2019 e del 2020 la prima mission diventa quella di provare a ricostruire una coalizione ampia che guardi, da un lato alle tante aggregazioni civiche che hanno animato la politica in molti territori della Regione e, dall’altro, alle forze popolari e riformiste, fatte anche da tanti uomini e donne senza più una bandiera, oggi disperse in una galassia interminabile.

In questo schema non c’è spazio per operazioni trasformiste.

Serve coraggio e cervello, certamente non serve e non basta cambiare pelle.

La parola d’ordine deve essere la volontà di aprire una fase nuova ispirata ad un nuovo umanesimo sociale, ad un regionalismo più avanzato che metta l’Umbria al centro dei processi di innovazione nel Centro Italia.

Serve una fase nuova che unisca forze e movimenti laici e cattolici che ogni giorno si battono anche nella nostra Regione per scacciare le paure avanzando una interpretazione dei fenomeni sociali in linea con il comune sentire dei Democratici.

Se da un lato la destra ed i grillini pensano di combattere la povertà e le sacche di emarginazione generando “nuovi poveri” e trovando, sempre e comunque, nuovi capri espiatoria noi dobbiamo essere un presidio ai valori costitutivi della nostra Umbria, quelli di San Francesco e  di Capitini.

Poi vi è la percezione che i “dem” umbri danno di sé.

L’esasperazione del correntismo ha promosso di fatto un sistema organizzativo fattuale che rischia di portarci al collasso.

E’ bene precisare che in Umbria come a livello nazionale non esistono tanto le correnti, ovvero associazioni interne al partito che si strutturano su base di condivisione per rappresentare ed esaltare alcuni aspetti culturali e/o valoriali  piuttosto che altri, con i quali confrontarsi e raggiungere le necessarie sintesi.

In Umbria sono esistite più cose simili a una sorta di “ filiere elettorali” , il cui collante è la fidelizzazione. E pensare che il codice etico esplicitamente fa divieto di costruire “cristallizzazioni correntizie”.

Se questa che abbiamo appena descritto è una idea di sviluppo del partito in Umbria, noi pensiamo che sia giusto provare a rappresentare l’idea di un diverso Pd.

Se in Umbria esiste un “sistema di potere” di cui noi siamo percepiti come interpreti di certo non lo si rinviene nelle amministrazioni locali animate da Sindaci e consiglieri leali e trasparenti o nell’amministrazione regionale, bensì nell’organizzazione partitica troppe volta ridotta a collezioni di tessere, all’esasperazione dei personalismi e alla moltiplicazione delle promesse.

E tuttavia, queste cose hanno a volte pesato negativamente anche nella vita delle istituzioni.

Noi proponiamo di instaurare  il “potere delle idee”. E qui vogliamo – a proposito di potere – ribadire un concetto di fondo: il potere deve essere un mezzo, non un fine. Un mezzo per cambiare in meglio la società, non come obiettivo da raggiungere, magari attraverso scontri interni che allontanano i cittadini dalla Politica.

Noi abbiamo in mente un PD strutturato sul territorio, che sappia costruire alleanze con le tanti associazioni locali che ogni giorni si impegnano sul volontariato e sui temi sociali.

Un partito la cui classe dirigente sia selezionata sulla base delle iniziative intraprese e sul consenso, indipendentemente dall’essere parte o meno alle correnti.

Se si vuole tornare a vincere servono proposte che tengano insieme i territori dell’Umbria e non patti non fondati su chiare scelte politico-programmatico.

Serve, dunque, una svolta radicale per affrontare un problema quale quello della lottizzazione degli spazi politici che, nonostante gli sforzi degli ultimi anni, è rimasto irrisolto.

Se saremo noi maggioranza in questo partito ci impgneremo perché le candidature a tutti i livelli siano realmente rappresentative dei territori senza logiche di cooptazione dall’alto.

Visti gli obiettivi riteniamo che abbiamo davanti una grande occasione che consiste nel poter svolgere questo Congresso  in chiave autonoma dal Congresso Nazionale.

Infatti la ricerca e la definizione di una linea politica per dare le risposte più adeguate alle specificità umbre può e deve essere più efficace se e solo se la proposta che avanziamo è in grado di parlare ad anime e sensibilità diverse all’interno del partito tutte impegnate a disegnare un profilo autonomo e regionale al nostro partito.

Perciò pur riconoscendo la legittimità ed il senso delle varie proposte che pian piano stanno emergendo in vista del progetto nazionale la nostra mozione è autonoma, distaccata ed indipendente dai percorsi che i vari candidati alla segreteria nazionale svilupperanno.

E’ finito il tempo dell’adesione acritica, della strozzatura del dibattito, della delegittimazione interna, della guerra delle tessere.

Riparte una stagione nuova: quella del confronto, del dialogo, dell’impegno per la contribuzione alla definizione delle scelte strategiche del nostro partito.

Poi c’è il tema del Governo regionale.

Dei limiti cosiddetti “esterni” abbiamo già detto ragionando di coalizione.

Ma oltre questo un altro pezzo di analisi la dobbiamo saper fare guardandoci allo specchio.

Partiamo dal riaffermare la qualità del Governo regionale.

Saremmo ingenerosi se, volendo dare una lettura complessiva, non esaltassimo la competenza e la capacità di approfondimento che l’amministrazione regionale ha saputo dimostrare in tante e tante circostanze.

La qualità e la competenza come baluardo in una Regione colpita più di altre dalla recessione economica e dal drammatico sisma del 2016, che il nostro “Sistema” ha affrontato e sta affrontando con serietà e determinazione, insieme alle amministrazioni e alle comunità colpite.

Una regione piccola che di fronte alle emergenze e alle congetture rischia di diventare, però, sempre più piccola e marginale.

Probabilmente non essere riusciti a modellare il tessuto economico e sociale al cospetto dei cambiamenti epocali che abbiamo conosciuto negli ultimi periodi ci rende tutti più vulnerabili.

Su tutto questo naturalmente sta, in maniera trasversale, il tema della sostenibilità ambientale della crescita e dello sviluppo. L ’Ambiente, come grande occasione di miglioramento della qualità della vita e dello sviluppo, come volano di coesione sociale, come fattore di valorizzazione delle vocazioni del territorio. Un territorio che non può essere consumato, favorendo, anche nella programmazione urbanistica, scelte coerenti di riuso, recupero, qualità, risparmio energetico, energie rinnovabili.

A volte  la prudenza con cui ci si approccia ai problemi viene percepita come conservazione, rendita di posizione e, nel peggiore dei casi, come arretratezza. Anche se non è così. Anche se a problemi complessi servono risposte complesse e non semplificate.

Serve, dunque, un partito che pure nel rispetto dei ruoli sappia fare da “filtro” tra la società, cogliendone i suoi mutamenti e le sue aspirazioni più alte e le istituzioni comunali, provinciali e regionali, soprattutto laddove governate dal PD.

Perchè in Umbria questo senso di lentezza (almeno percepito) di cui parlavamo può essere superato lanciando con forza una fase di riforme profonde delle società che in questi anni sono mancate o sono rimaste incompiute.

Se analizziamo la Sanità, ad esempio, è vero che il nostro sistema può definirsi “al sicuro” rispetto alla qualità dei servizi erogati e le risorse messe a disposizione.

Dobbiamo dirlo ad alta voce: la qualità dei servizi sanitari umbri è di notevole livello, nonostante le difficoltà finanziarie e i tagli nazionali di questo decennio.

Ma rispetto al modello sanitario precedente la razionalizzazione ospedaliera e l’accorpamento delle ASL in assenza di un disegno organico di decentramento dei servizi ha lasciato a molte comunità sparse nella nostra regione un senso di disorientamento ed insicurezza, alimentando inutili contrapposizioni di campanile, pregiudicando con ciò la credibilità della classe dirigente del PD.

Allo stesso tempo la qualità dei servizi diagnostici messa in campo rischia di essere messa in discussione senza ulterioristrumenti l’introduzione di strumenti realmente efficaci per abbattere le liste di attesa. Sappiamo che la regione sta lavorando per questo. Bene, ci sarà tutto il sostegno del Pd, per ogni positiva iniziativa in questa direzione.

Potremmo citare l’Agricoltura e quella parte di risorse comunitarie che non siamo riusciti del tutto ad impiegare, anche se la nostra Regione non è certo tra le ultime in questa classifica, anzi. Eppure dobbiamo essere noi a fare ancora meglio e di più.

Potremmo citare l’organizzazione della pubblica amministrazione endoregionale laddove, sebbene è vero che la Regione Umbria ha svolto un ruolo decisivo per l’assorbimento del personale in esubero dalle Province, abbiamo “liquidato” solo sul piano strettamente politico le Comunità Montane senza un preciso e preventivo disegno di riallocazione delle funzioni.

Abbiamo con questo rischiato di indebolire le comunità locali, ridimensionando molte professionalità maturate in tali ambiti.

Passando poi per la gestione dei rifiuti che abbisogna oggi di una spinta determinante verso la strategia rifiuti zero e del riuso per respingere, una volta per tutte, l’eventualità di nuove infrastrutture di cui l’Umbria può fare a meno.

Serve insomma in vista di questa fase finale della legislatura regionale la condivisione di un patto politico di fine mandato in cui i vari livelli di partito, gli amministratori locali, le forze politiche della coalizione, le parti sociali e le principali realtà associative siano chiamate a partecipare.

L’Umbria deve coltivare con ancora maggiore energia e determinazione una politica di cooperazione integrazione con le regioni dell’Italia di mezzo.

E’ necessario che quello che una volta rappresentava un modello espansivo, di crescita economica e coesione sociale, di valorizzazione dell’identità

e di apertura, di consolidamento di radici e di innovazione, torni a svolgere un ruolo propulsivo. E’ necessario che si avviino o sviluppino maggiormente

politiche di collaborazione nel campo delle infrastrutture (stradali, ferroviarie, aeroportuali, digitali), nel campo della promozione turistica integrata. nel campo

della ricerca e delle Università. Nei settori della sanità, sviluppando protocolli già avviati, in quelli dei servizi alle imprese, dell’export, della ricerca di mercati,

politiche di cooperazione per la fascia appenninica che rappresenta una grande opportunità di sviluppo e investimenti, dopo gli anni della de-industrializzazione

e della crisi. Anzi, la fascia appenninica, il Lago Trasimeno e l’area ternano-narnese potrebbero e dovrebbero costituire tre grandi progetti che vedano mobilitate

tutte le energie istituzionali e sociali, a tutti i livelli. Progetti speciali di area, di respiro non locale, che si integrino con quelli che riguardano singoli settori e comparti.

Occorre innovare il sistema umbro anche sotto un altro aspetto: quello del rapporto tra politica, istituzioni, meritocrazia. Detto molto concretamente, dobbiamo avviare una fase nella quale vengano introdotti elmenti di innovazione, per esempio, nel campo delle nomine nelle partecipate a tutti i livelli. La Politica non può, ma deve indicare e decidere le strategie, le scelte di indirizzo. Non può, ma deve, controllare che gli obiettivi decisi vengano raggiunti. Ma non può, non deve condizionare la gestione, specialmente negli ambiti nei quali i vertici gestionali debbono essere scelti sulla base di criteri di competenza, capacità e non di lottizzazione partitica o peggio ancora correntizia. Occorre dare questo segnale, di una politica che non invade ambiti impropri, ma che rispetta il merito, le capacità, l’autonomia. Sarebbe anche un grande segnale ad una società che troppo spesso vede nel sistema partitico un sistema chiuso, autoreferenziale.

Infine, come Umbria, come regioni limitrofe, dobbiamo rivendicare come la coesione sociale, l’integrazione, siano elevate. Cionostante non possiamo ignorare come siamo diffuse percezioni e sensazioni di insicurezza e paura. Derivano dall’impoverimento del ceto medio, dalla precarizzazione della vita, a partire da quella dei giovani. Dall’impoverimento di fasce sociali, dalle marginalità. Ni dobbianmo parlare a chi ha paura. Dobbiamo capire i motivi. Per superarle quelle paure, non per strumentalizzarle o prenderci voti, come fa la Lega.

E inoltre, tema centrale è anche quello di tenere la guardia alta nella lotta alla corruzione, nella diffusione della cultura delle regole e della legalità, nella prevensione e nel contrasto alla penetrazione delle mafie nel tessuto economico e sociale. L’Umbria è una regione sana, con gli anticorpi giusti, ma la penetrazione delle organizzazioni criminali, di cui si sono visti segni chiari, riguarda tutto il Paese e non più – da tempo – solo certe aree geografiche.

Non per ultimo viene il tema del rilancio politico del partito.

Non siamo così ingenui da non considerare che la riscossa del partito molto dipenderà dagli indirizzi che il livello nazionale saprà assumere e dalla qualità dell’opposizione che egli riuscirà a mettere in campo.

Tuttavia noi vogliamo e dobbiamo contribuire al rilancio del profilo culturale e politico del PD dell’Umbria.

Così come recita il titolo di questo documento serve una vera e propria “Rigenerazione Democratica” intesa come recupero dei valori fondanti del PD stesso.

Intanto questa mozione vuole restare tale in senso tecnico ed in nessun caso può essere confusa con un mero “programma”.

I programmi sono quelle dichiarazioni di intenti che servono a legittimare le proposte politiche dei Sindaci, dei Presidenti di Regione, etc.

Il nostro compito in questa fase è quello di ricostruire e ridefinire un quadro ideale che consenta ai cittadini dell’Umbria di tornare ad identificarsi con il Partito Democratico. Occorre innovare il sistema umbro anche sotto un altro aspetto: quello del rapporto tra politica, istituzioni, meritocrazia. Detto molto concretamente, dobbiamo avviare una fase nella quale vengano introdotti elEmenti di innovazione, per esempio, nel campo delle nomine nelle partecipate a tutti i livelli. La Politica non può, ma deve indicare e decidere le stretgie, le scelte di indirizzo. Non può, ma deve, controllare che gli obiettivi decisi vengano raggiunti. Ma non può, non deve condizionare la gestione, specialmente negli ambiti nei quali i vertici gestionali debbono essere scelti sulla base di criteri di competenza, capacità e non di lottizzazione partitica o peggio ancora correntizia. Occorre dare questo segnale, di una politica che non invade ambiti impropri, ma che rispetta il merito, le capacità, l’autonomia. Sarebbe anche un grande segnale ad una società che troppo spesso vede nel sistema partitico un sistema chiuso, autoreferenziale.

Per questo il nostro compito non è vincere o perdere un Congresso ma dimostrare che può esistere un anima, solo alla fine vedremo quanto grande, che è capace di interpretare il mondo alla stregua di un manifesto valoriale chiaro e preciso.

Per questo gireremo l’Umbria alla ricerca di quelle parole chiave che sappiano diventare i principi su cui definire la linea del partito democratico regionale nei prossimi anni.

Perchè senza un disegno a monte, senza i parametri per leggere i fenomeni che di volta in volta si manifestano la Sinistra rischia di perdere la sua identità e di conseguenza disperdere consenso.

A nostra opinione questa ricerca deve muovere da tre grandi ragioni o ideali per i quali il PD deve guadagnare la fiducia della gente: l’EQUITA’, I DIRITTI e l’EUROPA.

Ogni atto o iniziativa capace di incidere sulla vita dei cittadini deve essere assunto sulla base di questo paradigma.

Perchè per tornare a vincere basta solo essere noi stessi.

 

 

 

 

 

 

 

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Umbria comunità democratica. Gianpiero Bocci segretario

Con la fine delle ideologie e della Repubblica dei partiti si è assistito a uno sforzo, a volte sincero, altre volte, purtroppo, sostenuto solo da tornaconto personale, di costruire nuove identità politiche, che avevano e hanno l’ambizione di interpretare i mutamenti epocali che hanno sconvolto la società, l’economia e la cultura nell’ultimo ventennio, e di proporre ricette idonee per costruire un mondo migliore, dove ingiustizie e disuguaglianze siano meno evidenti.  Più tempo passa tuttavia e più appare chiaro, a tanti, che il nostro Paese non sta attraversando solo una crisi istituzionale, ma una vera e propria crisi morale, conseguenza del declino di un’Italia che non c’è più. Questa crisi ha toccato anche i partiti della Sinistra, cioè di quella grande riserva di democrazia rappresentata storicamente dalle culture e tradizioni politiche popolari per le quali l’onestà, la dignità, la coerenza nel modo di agire, la solidarietà erano valori elevati a comportamento quotidiano. Alla sua origine il Partito Democratico si è presentato come una grande forza che tendeva a valorizzare tanti soggetti sociali: sindacato, imprenditori, intellettuali, studenti, pensionati, volontariato. Per diverso tempo tale Partito ha dimostrato di avere un forte radicamento nella società ma, dopo aver alimentato le speranze di tanti cittadini, sembra oggi attraversato da una profonda crisi, al punto da non saper definire autonomamente la propria proposta ideale e politico-programmatica.  Non so se il suo limite è stato quello di essersi eccessivamente identificato con enti, istituzioni e apparati dello Stato, fatto sta che oggi evocare il suo merito storico di una tenace costruzione e difesa della libertà e della democrazia non è sufficiente; le nuove generazioni sembrano piuttosto attratte dalla ricerca di nuovi spazi e sembra allora necessario superare le difficoltà di oggi e avviare una fase di vera e propria ricostruzione del PD, a partire dai territori. Tale processo non può che prendere avvio da un coraggioso rinnovamento delle regole su cui riorganizzare il rapporto tra aderenti, vecchi e nuovi, organismi rappresentativi e dirigenti. E le regole non possono essere piegate alle necessità contrattualistiche di gruppi o correnti in organismi spesso esautorati ed esausti, ma devono invece valorizzare al massimo la partecipazione, l’inclusione collaborativa e responsabile di uomini e donne. L’obiettivo è quello di dar vita a livelli di rappresentanza territoriali rispondenti alle necessità di raccordo dialogante con la gente e, in particolare, con le realtà più sensibili e vivaci del mondo imprenditoriale, dell’associazionismo, del volontariato, disseminati sul territorio. Oggi, troppo spesso, la vita politica si consuma con un twitter, con facebook, forme di comunicazione certamente innovative, ma accanto ad esse appare necessario recuperare il consenso ai partiti anche attraverso le tradizionali sedi di partecipazione, da prevedere numerose e ben articolate nelle comunità. Probabilmente, se si vuole evitare l’autoreferenzialità, anche nel Partito Democratico è necessario favorire e premiare la partecipazione, selezionare e formare nuovi dirigenti politici e amministratori onesti, maturi, e capaci di autonoma mediazione e sintesi politica. Uomini e donne preparati e competenti nel valorizzare in proposte programmatiche il grande patrimonio di ideali di cui è custode il Partito Democratico; occorre, soprattutto anche a livello locale, avere il coraggio di cambiare le regole, di modificare i comportamenti, di trovare soggetti in grado di tessere un nuovo rapporto tra i cittadini e la politica. Le recenti vicende politiche hanno messo in crisi anche l’unità politica degli elettori di centro-sinistra; occorre, pure a livello locale, una coraggiosa sterzata, che dimostri la consistenza del cambiamento che non può essere sorretto da contrapposizioni verticistiche, che spesso nascondono solo strategie di sopravvivenza politica, ma non una reale volontà di trasformazione. Sembra necessario dunque tentare ogni mezzo per recuperare le forze sane che vivono nel Partito e nella società civile per promuovere una profonda conversione verso un nuovo modo di fare politica.  La scommessa che noi oggi viviamo in prima persona è quella di recuperare una democrazia di base espressione non tanto e non solo di coloro che hanno formalmente aderito al partito, ma di tutti quelli che si riconoscono nel codice di comportamento del PD e nei suoi valori. Ciò significa in ultima analisi mettere in campo, anche a livello locale, una cultura di governo che trasformi il potere in atti il più possibile prossimi alle esigenze e ai bisogni dei cittadini, che restituisca senso credibile alle espressioni: programmazione, indirizzo, controllo; tutti elementi che potrebbero riannodare quel rapporto di fiducia tra i cittadini e i poteri pubblici. Compito certamente non facile che esige un costante e duro impegno quotidiano, ma la posta in palio è alta ed è quella di dar vita a un partito leggero, flessibile e aperto, più permeabile alla dinamica della pubblica opinione, non tanto connotato sul piano ideologico ma sul versante della tradizione popolare. Su questi temi è possibile elaborare un progetto culturale alternativo a quelle forze portatrici di istanze populistiche, utilitaristiche e individualiste. In primo luogo sembra indispensabile all’interno del Partito il reale rispetto delle diversità delle varie componenti: valorizzare le differenze e non schiacciarle; in secondo luogo attuare una netta scelta europeista: ridurre il debito dello Stato non è tanto un’imposizione di un trattato, ma un impegno indispensabile per ricostruire un’Italia per i nostri figli. Un’Europa senza l’Italia non sarebbe un’Europa autentica. Europa politica e Europa economica devono evolvere insieme: Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Europa unita amava ripetere:” Noi non coalizziamo gli Stati, ma uniamo degli uomini”. Europa non come costruzione tecnocratica, ma sfida che fa appello al cuore e alla ragione degli uomini. Nel vocabolario del Partito Democratico dovranno recuperare un posto importante anche parole come democrazia economica e solidarietà. Dovrà essere ben chiara la scelta preferenziale nei confronti dei poveri e dei ceti socialmente più deboli; democrazia economica intesa come necessità di offrire a tutti i soggetti, individuali e collettivi, di partecipare al gioco economico, avanzando, se necessario, anche una dura critica al mercato inteso come fine e non come mezzo, come ideologia e non come funzione economica. E poi la solidarietà, che resta nel nostro progetto politico una scelta culturale, un punto di partenza per una visione della società, dell’operare dei singoli e dei gruppi e non un generico impegno verso chi ha di meno, un vago sentimento di compassione di natura paternalistica. Noi non possiamo non essere sensibili alle esortazioni di Papa Francesco, che non passa giorno che non richiami la politica a perseguire giustizia e uguaglianza delle opportunità; non carità, non assistenza, non compassione, ma il riconoscimento dei legittimi diritti di tutti e la creazione di condizioni, anche strutturali, per il loro sviluppo. E sempre su questa linea appare più che mai necessario oggi, di fronte a mutamenti climatici così evidenti, suscitare una nuova sensibilità nei confronti dei temi ambientali e riproporre con forza la vocazione di Umbria verde.  Noi dobbiamo proporre tra la gente, con il paziente ragionamento sui fatti e sui programmi, messaggi fondamentali che forniscano un’idea chiara e precisa dello sviluppo del nostro Paese e della nostra Regione. Uno sviluppo che deve avere alla sua base il fondamento dell’istruzione, dalla scuola materna all’Università, della promozione del lavoro. Per fare questo, naturalmente il Partito Democratico dovrà riattivare le sue antenne in ascolto della società civile; le associazioni della società civile sono state in questi anni, spesso, palestre di cittadinanza; il Partito dovrà favorire la loro partecipazione alla vita della società civile, ma solo un partito forte e coeso potrà aiutarle a contrastare pretese troppo spinte o peggio derive populistiche e autoritarie. Non mi candido per conservare spazi di potere o per coltivare ambizioni personali, ma perché ho sempre creduto in questo progetto politico e adesso è giunta l’ora di mettere a disposizione del Partito la mia esperienza politica, la mia conoscenza del territorio e dei suoi problemi, la mia rete di relazioni, che possono riannodare i fili spezzati che hanno collegato per decenni la società umbra con i valori dei partiti di tradizione popolare. E per fare questo il mio programma punta soprattutto sui giovani, sulla possibilità di far crescere dentro il partito una nuova generazione di politici e di amministratori. Occorre individuare nei giovani l’elemento fondante del proprio futuro e realizzare un rapporto dialogico con il partito e le istituzioni; non più interventi calati dall’alto, ma strategie aperte alla ridefinizione da parte dei destinatari stessi.  Abbiamo dimostrato di saperlo fare, di avere una cultura di governo che riesce a coniugare sviluppo ed equità sociale e se i cittadini ci daranno ancora fiducia continueremo a farlo e governeremo ancora per costruire una nuova Umbria, una nuova Italia in un’Europa democratica e solidale.1ffb84df-0fc8-4c46-a362-3454381902d6 (1)